Era de maggio

Non sbaglia chi afferma che Era de maggio rappresenta il punto più alto della poetica di Salvatore di Giacomo. E non sbaglia nemmeno chi afferma che questo brano segna uno spartiacque anche nell’evoluzione della lingua napoletana. Non a caso, il suo testo non piacque a molti tradizionalisti, che non mancarono di polemizzare.

Salvatore di Giacomo

Salvatore di Giacomo all’epoca di Era de maggio

LE ORIGINI VENETE DI ERA DE MAGGIO

L’editore Santojanni pubblicò Era de maggio nel 1885. Gli ispirati versi di Salvatore di Giacomo conferiscono alla composizione un sapore agreste e un tono molto delicato. Secondo alcuni storici, il poeta trasse ispirazione da un canto popolare veneto, citato anche da Pier Paolo Pasolini. I versi recitavano così: L’era de magio (sempe mel ricordo)/ Quando da ti gò acomencià a vegnere./Jera sbociade ben le rose in l’orto. E le cirase deventava nere.

L’ESEGESI DI ROBERTO DE SIMONE

Anche Roberto De Simone ha sostenuto questa tesi, evidenziando, però, l’apporto dato da di Giacomo in termini di originalità. Il musicologo ha sottolineato come l’ascolto di Era de maggio coinvolga la vista, l’udito e l’olfatto. Un merito esclusivo di don Salvatore, che ne testimonia il talento creativo.

Nel suo libro La canzone napolitana, poi, De Simone ha messo in relazione la pubblicazione di Era de maggio con il periodo storico. Siamo nel pieno dello sventramento post colera 1884. Di Giacomo segue giornalisticamente l’abbattimento di interi rioni del centro storico di Napoli, luoghi che avevano alimentato la sua ispirazione.

I versi diventano, quindi, l’evocazione di un passato trasfigurato. “Maggio, il colore acceso delle ciliegie, il giardino che si perde nel profumo delle rose” ha scritto De Simone. “E subito i tocchi del poeta: il ricordo che rivive, la fontana, la coppia di amanti che dialogano con un antico canto a due voci”. Il tutto con il tono del c’era una volta e i modi della favola ovvero “un idillio di struggente delicatezza”.

LA MELODIA RAFFINATA DI MARIO COSTA

I versi Salvatore di Giacomo, certo che sì, ma sena dimenticare il genio musicale di Mario Costa. Era de maggio è arrivata fino a noi anche per la raffinata melodia del compositore tarantino. Il senso malinconico della canzone è frutto di un andamento che sottolinea alla perfezione il tono sognante del racconto.

Mario Costa

Ritratto di Mario Costa

 

Era de maggio vanta centinaia di interpreti. Be­niamino Gigli, Elvira Donnarumma, Gennaro Pasquariello, Roberto Murolo, Sergio Bruni sono quelli che più degli altri l’hanno resa un classico. Tra le versioni recenti, va sicuramente ricordata quella di Franco Battiato.

ERA DE MAGGIO, UNA CANZONE NATA TRA LE POLEMICHE

Come ricordato sopra. De Simone ha parlato di Era de maggio come di “un idillio di struggente delicatezza”. Di tutt’altra opinione, però, furono molti critici quando la canzone apparve. Emmanuele Rocco e altri accusarono di Giacomo di aver imbastardito il dialetto napoletano. Parlarono di un “ibrido miscuglio tosco-napoletano” cioè di “una signorina toscana educata a Napoli”.

Cosa aveva fatto di Giacomo di tanto grave? Semplice: con Era de maggio, aveva modernizzato la lingua partenopea, con una piccola rivoluzione lessicale e grafica. Quando possibile, il poeta aveva eliminato i suoni aspri e aveva optato per strutture vocaliche più dolci. Aveva introdotto la trascrizione fedele della pronuncia delle preposizioni articolate. In più, aveva rinunciato all’uso di termini diventati arcaici.

Salvatore di Giacomo aveva in mente un obiettivo chiaro: dimostrare che anche i più umili erano capaci di nutrire sentimenti delicati. Esprimendoli in napoletano. Un napoletano che poteva essere lingua di popolo, non di plebe. Una rivoluzione agli occhi dei tradizionalisti, che, come al solito, si sbagliavano.

TESTO DI ERA DE MAGGIO

Era de maggio e te cadéano ‘nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.

Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávamo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.

E diceva: “Core, core,
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse, io conto ll’ore.
Chisà quanno turnarraje”.

Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.

Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá”.

E só’ turnato e mo, comm’a na vota,
cantammo ‘nzieme lu mutivo antico.
Passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ‘ammore vero no, nun vota vico.

De te, bellezza mia, mme ‘nnammuraje,
si t’allicuorde, ‘nnanz’a la funtana.
Ll’acqua, llá dinto, nun se sécca maje
e ferita d’ammore nun se sana.

Nun se sana. Ca sanata,
si se fosse, gioja mia,
‘mmiez’a st’aria ‘mbarzamata,
a guardarte io nun starría.

E te dico: “Core, core,
core mio, turnato io só’.
Torna maggio e torna ‘ammore.
Fa’ de me chello che vuó’.

Torna maggio e torna ‘ammore.
Fa’ de me chello che vuó'”.

Era de maggio accordi e spartito

La prima pagina dello spartito di Era de maggio

1 Commento. Nuovo commento

  • carmen sacco
    7 Giugno 2021 17:26

    uno dei tanti capolavori di Di Giacomo. Questa riesce oltremodo ad emozionarmi qualunque sia la versione che venga proposta.

    Rispondi

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