canzoni napoletane censurate

Le canzoni napoletane censurate

La storia delle canzoni napoletane censurate non è particolarmente ricca di episodi, ma in compenso riguarda brani molto famosi. Tralasciando ciò che avvenne in epoca fascista, la maggioranza dei casi di stop è concentrata negli anni ’50. E non a caso. In quel decennio, infatti, la Rai si fece portavoce di precise istanze moraliste, imponendo la forza del suo monopolio radiotelevisivo. L’accusa prevalente fu sempre la stessa, come la richiesta da esaudire per ottenere la messa in onda delle canzoni incriminate.

LE CANZONI NAPOLETANE CENSURATE E LA MORALE PUBBLICA

La storia delle canzoni napoletane censurate in epoca moderna ha inizio nel 1953. Quell’anno infatti furono due i brani fermati dalla commissione di lettura della Rai: La pansèe ‘A luciana. Nel primo caso, i censori contestarono a Gigi Pisano le troppe allusioni sessuali presenti nel testo. In assenza di modifiche, il niet si trasformò in un lungo divieto a trasmettere la canzone.

Nel secondo caso, invece, finì sotto osservazione uno specifico verso: te do nu vaso ncopp’ ‘a pettenessa. La canzone ebbe il via libera solo quando il bacio si indirizzò più castamente ’ncopp’ ‘o scialle ‘e lusso.Con questa variante la incise Renato Carosone, il quale però inserì nel cantato una pausa prima di scialle ‘e lusso. Il termine pettenessa lo usò solo alla fine del brano, sussurrandolo. In pratica, ne realizzò una versione molto più allusiva di quella registrata da Sergio Bruni con il testo originale.

DOMENICO MODUGNO, IL PIÙ CENSURATO

Il nome di Domenico Modugno si incontra due volte nella storia delle canzoni napoletane censurate. In entrambi i casi, Mister Volare finì sul banco degli imputati nel 1957. Avete presente i versi diResta cu’ mmenun me ‘mporta d’ ‘o passato, nun me ‘mporta chi t’ha avuto? Per la Rai rappresentavano un inno alla verginità perduta prima del matrimonio, argomento assolutamente tabù. Per questo diventarono nun me ‘mporta se ‘o passato / sulo lacrime m’ha dato.

Lo stesso metro di valutazione fu adottato per Lazzarella. Inizialmente, la penultima strofa si chiudeva con Lazzarella, tu si già mamma. Dunque, si cantava di una ragazza madre, il che mal si conciliava con l’idea dominante di famiglia, di ispirazione cattolica. Quel verso diventò Lazzarella, ca pierdo ‘o tiempo appriess’ a me e la canzone ebbe il via libera. Aurelio Fierro la presentò al Festival di Napoli, raggiungendo un immediato successo.

Storia
Lo spartito di Resta cu’ mme

RENATO CAROSONE E PINO DANIELE

Renato Carosone è legato alla storia delle canzoni napoletane censurate per la celeberrima Tu vuò fa l’americano. Lui, però, non dovette fronteggiare osservazioni moralmente rilevanti. Piuttosto, pubblicità occulta fu l’accusa a cui rispondere: il verso colpevolizzato era ma ‘e solde pe’ ‘e Camél chi te li dà? Solo quando si sostituì ‘e Camèl con campà, Tu vuò fa’ l’americano poté andare in tv.

Superati gli anni ’60, il comune senso del pudore tornò ad orientare le scelte dei censori negli anni ’70. Se ne accorse un debuttante Pino Daniele, costretto a modificare il finale di Je so’ pazzo. Anche in quel caso c’era in ballo un passaggio in Rai, per la precisione a Domenica In. Il Mascalzone latino dovette cedere alle pressioni e quella che andò in onda fu una versione con il finale sfumato. Quella versione finì addirittura stampata su un singolo promozionale, inciso solo su un lato.

Pino Daniele canta Je so pazzo censurata a Domenica In

La storia delle canzoni napoletane censurate si limita dunque a 5 canzoni. In compenso, riguarda brani che sono poi diventati molto famosi con il testo originale. Insomma, i divieti dei censori sono serviti a poco. Anzi, forse hanno contribuito a far conoscere ancora di più ciò che volevano nascondere.

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