tango napoletano

Tango napoletano? Carlos Gardel lo inventò nel 1931

Parlare di tango napoletano è improprio, eppure esiste un legame profondo tra Napoli e il pensiero triste che si balla. Un rapporto a dir poco speciale. Come conferma il gran numero tangueri partenopei, centinaia di persone che affollano scuole di ballo e milonghe organizzate ovunque. Riferendosi alla canzone napoletana, poi, questo legame risale addirittura ad una leggenda del tango argentino: Carlos Gardel.

LE ORIGINI DEL TANGO NAPOLETANO DI CARLOS GARDEL

Carlos Gardel nutrì una forte interesse per le melodie del golfo. Lo testimonia un rarissimo 78 giri del 1931 in cui interpreta, alla sua maniera, Comme se canta a Napule. Il brano di E. A. Mario non fu l’unico ad entrare nel suo repertorio. Lo spiega bene Nicola De Concilio nel libro Tango: testi e contesti – L’elemento italiano nella poesia tanguera (1870-1930). Un testo edito da UNI Service in cui mette a fuoco le origini del rapporto tra canzone napoletano e tango. E il ruolo determinante giocato da Gardel, per il quale si può forse parlare di tango napoletano.

Tutto parte dal melodramma ottocentesco, alla base sia del tango che della musica partenopea. Diversi studi confermano che i cantanti d’opera italiani godevano di una grande popolarità nella Buenos Aires degli anni ’30. Furono loro una delle principali fonti di ispirazione per Carlos Gardel. Il grande cantor li vedeva spesso al teatro Colon, dove consegnava gli abiti di scena stirati dalla madre. Allo stesso tempo, però, gli rimanevano impresse le arie d’opera canticchiate dai verdurai napoletani del barrio dell’Abasto. Da lì alle canzoni napoletane il passo fu breve e prese la forma di Marechiare.

MARECHIARE A BUENOS AIRES E LE CRITICHE DEI PURISTI

Carlos Gardel la inserì nel suo repertorio e la eseguì anche in occasione di un concerto a New York. Secondo lo storico Terig Tucci, fu un’esecuzione magistrale che suscitò grande emozione quando fu trasmessa in radio dalla NBC. Non si trattò di un caso: la notevole dimestichezza con il dialetto napoletano gli era riconosciuta anche da Tito Schipa. Nonostante le testimonianze delle molteplici esecuzioni in pubblico, non esiste alcuna registrazione della canzone.

Come detto, invece, esiste la registrazione di Como se canta en Napoles alias Comme se canta a Napule. La prima esecuzione pubblica del brano di E. A. Mario avvenne l’11 settembre del 1931. Carlos Gardel la interpretò con precisione e sentimento, ma fu aspramente criticato dai puristi. Secondo loro, si era allontanato troppo dallo stile criollo. Non potevano certo ammettere che si trattasse di tango napoletano. Né tantomeno potevano ammettere quello che gli studiosi hanno poi evidenziato con chiarezza ovvero l’innovazione che scaturì dalla contaminazione con la musica italiana, e napoletana in particolare. Si deve proprio agli italiani l’introduzione di quell’anima malinconica – una sorta di duende, verrebbe da dire – che è ormai caratteristica dominante del tango. La nostalgia per la terra natia, il ricordo dei cari lontani e, in genere, le reminiscenze legate all’immigrazione diventarono temi dominanti. Un esempio? La Canzoneta, un brano in cui Enrique Lari canta di un anziano che ricorda la madre lasciata in Italia. Il ricordo dell’uomo si trasforma, ad un certo punto, in un pianto dirotto: nella taverna dove si trova qualcuno ha intonato ‘O sole mio. Una canzone che dici quanta Napoli c’è nelle radici del tango moderno.

Ascolta qui Comme se canta a Napule di Carlos Gardel

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