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Erri De Luca e le parole ritrovate delle canzoni napoletane

Erri De Luca ha un grande (ulteriore) merito: sta restituendo al presente parole che hanno impreziosito i testi di moltissime canzoni napoletane. Il riferimento è alla sua rubrica ‘A schiovere, pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno ogni domenica. Grazie a questo spazio dalla raffinata scrittura, in tanti stanno scoprendo termini ormai dimenticati. Soprattutto, ne stanno conoscendo il significato e l’uso che ne fecero di Salvatore di Giacomo & co.
Ecco qualche esempio.

ARRICIETTO E UOCCHIE C’ARRAGGIUNATE

Ogne suspiro coce, ma tene ‘o ffuoco doce e quanno trase mpietto nun te da cchiù arricietto”. Sono i versi, tra i più belli, di Uocchie c’arrraggiunate, scritti da Alfredo Falcone Fieni e musicati da Rodolfo Falvo nel 1904. Ma che significa arricietto? Erri De Luca lo spiega, traducendo così l’intera strofa: “Ogni sospiro scotta ma ha un fuoco dolce e quando entra nel petto non ti dà più riparo”. Dunque, arricietto evoca una sorta di pace interiore, di tranquillità. Una condizione che gli splendidi occhi neri di Cuncettina possono irrimediabilmente destabilizzare.

canzoni napoletane
Lo spartito di Uocchie c’arraggiunate

ERRI DE LUCA E LE CANZONI NAPOLETANE

Tra le canzoni napoletane citate da Erri De Luca nella sua rubrica c’è anche ‘O guarracino. Lo scrittore la ricorda a proposito del termine farfariello, facendo riferimento all’Allitterato. Vale a dire al tonno che, saputo delle avance rivolte alla sua Sardella, “se lo pigliaie Farfariello”. Cioè si arrabbiò a tal punto da scatenare una rissa gigantesca. Ecco: pigliarsela a farfariello significa indiavolarsi, perché, appunto, Farfariello è sinonimo di demone.

Riferendosi alla stessa canzone, l’autore di “Montedidio” spiega anche il significato di sbafantiello, che ricorre a proposito proprio del Guarracino. Il suo agghindarsi in maniera eccessiva e l’incedere da esibizionista lo faceva apparire alquanto goffo. L’anonimo estensore dei versi sintetizzò la scena con: “ieva facenno lo sbafantiello”. Dove il diminutivo in iello fu scelto volutamente per sottolineare il senso ridicolo dell’atteggiamento.

ARRASSUSÌA E LE ALTRE PAROLE RECUPERATE

Altra parola “recuperata” da De Luca è arrassusìa, che Ernesto Murolo usò in ‘O cunto ‘e Mariarosa, mettendola in bocca alla madre della protagonista. La donna, infatti, vuole mettere in guardia la giovane figlia dai pericoli del sole caldo, alludendo chiaramente alle tentazioni maschili. Per farlo dice: “Figlia, arrassusìa. Attienta a te mo ch’è venuta Está. ‘O sole coce e ‘ncapa puo’ piglià na malatia”. Che non accada mai, lontano sia: questo intende pronunciando un’invocazione che deriva dal verbo arrassare ossia allontanare.

Ascoltando Bammenella di Raffaele Viviani, ci si imbatte in un sostantivo oscuro da cui però deriva un aggettivo ancora usato. Il termine in questione è zallo ed è affibbiato al brigadiere che si fa circuire ingenuamente da Bammenella dopo averla arrestata. In pratica, cade in un tranello come un pollo. Erri De Luca evidenzia che zallo fa radice per ‘nzallanuto, chiarendo con grande efficacia il suo significato.

Gliommero, zeffunno, pivozo, ‘ndranghete, traseticcio… L’elenco di parole napoletane che la rubrica ‘A schiovere ha fatto riscoprire è lunghissimo e, soprattutto, non è ancora finito. Si allunga ogni domenica, intrecciandosi spesso con le canzoni napoletane che radio Napoli trasmette ogni giorno

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