(di Giacomo – Costa) • 1892

Catarì è considerata una delle massime espressioni della capacità di Salvatore di Giacomo di trasformare il dialetto napoletano in lingua.

È stato opportunamente scritto che i versi sembrano animati da colori ad acquerello per il susseguirsi di immaginifici chiaroscuri. Il cielo primaverile fra squarci di celeste e rovesci d’acqua, luminose schiarite e tempestosi incupimenti: quasi l’alternarsi di continui e repentini cambi di umore.

Nata come poesia intitolata Marzo, e per questo conosciuta anche con il nome del mese primaverile, divenne canzone grazie all’estro di Mario Costa. A lui si vede l’elegante andamento da romanza da camera, che nulla toglie all’ariosa melodia.

Fu lanciata da Raffaele De Rosa in occasione della Festa di Piedigrotta.

Fra le centinaia di interpreti si ricordano: Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Tito Schipa, Roberto Murolo e Sergio Bruni. Da segnalare la versione che ne diedero gli Showmen di Mario Musella e James Senese.

TESTO DI CATARÌ

Marzo, nu poco chiove
e n’atu ppoco stracqua.
Torna a chiovere, schiove,
ride ‘o sole cu ll’acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera.
Mo, d’ ‘o vierno, ‘e ttempeste,
mo, n’aria ‘e primmavera.

N’auciello freddigliuso,
aspetta ch’esce ‘o sole.
‘Ncopp’ ‘o tturreno ‘nfuso,
suspirano ‘e vviole.

Catarí’, che vuó’ cchiù?
‘Ntiénneme core mio.
Marzo, tu ‘o ssaje, si’ tu
e st’auciello, songh’io.

 

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