La storia di Torero è divertente come la canzone, ma rivela anche qualcos’altro. Per esempio, l’affiatamento tra Renato Carosone e Nisa e il loro modo di lavorare. Simbiotico, a dir poco. Inoltre, svela che il brano doveva essere semplicemente una cover…

LA STORIA DI TORERO

Torero vide la luce alla fine del 1957 per necessità, si potrebbe dire. I due autori erano, infatti, alla ricerca del brano che gli permettesse di concludere l’album al quale stavano lavorando. Ne avevano già scritti undici e ne mancava uno per chiudere il disco. Fu per questa esigenza che Carosone chiese a Nicola Salerno una traduzione. Voleva la versione in italiano di Espana, un grande successo di Perry Como. Come suo solito, Nisa prese la metrica, scrivendo su un foglio dei numeri che avrebbe poi tramutato in parole. Il risultato però non fu convincente. I due si resero conto che il testo non funzionava, era troppo piatto e insignificante.

L’ILLUMINAZIONE IN GABINETTO

A raccontare come andarono poi le cose fu proprio Carosone in un’intervista rilasciata a Vincenzo Mollica. «Mi venne questo lampo: dissi quasi incazzato, come a dire aggia truà ‘na cosa: “Uè torero“. Nisa rispose: “Te si’ piazzato ‘n capo stu sombrero“. Ci entusiasmammo e mandammo i tecnici che stavano aspettando a prendere un caffè. Tutto filò liscio fino a quando non arrivammo a “… cu ‘nu sicario avana ‘a cammesella ‘e…”. Qui ci fermammo per tre ore. Avevamo bisogno di una rima che finisse con “è”, ma che poi doveva far rima con “Torero! Torero. Olè…” Consultammo persino il rimario, come tutti i parolieri, ma non ci fu niente da fare. Ad un certo punto sentii la necessità di andare in bagno e mentre scendevo verso i gabinetti mi venne in mente “picchè“. Fu un urlo, anche perché era l’ultimo verso della canzone e avevamo così sbrogliato l’inghippo che ci assillava».

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UN SUCCESSO MONDIALE

Nella stessa intervista Carosone raccontò anche cosa successe dopo la pubblicazione della canzone. «Torero fu un successo mondiale. Gli spagnoli lo avevano scambiato per un inno al torero, invece era una parodia: per fortuna non capivano il napoletano. Negli Stati Uniti, poi, la parola torero funzionò moltissimo, spingendo il brano in vetta alle classifiche di vendita.
Introdotta da schitarrate flamenche e dalle nacchere, Torero prende di mira l’esotismo provinciale diffuso in Italia negli anni Cinquanta. Il testo ironizza sullo scimmiottamento di mode e costumi stranieri. Un po’ come l’altro evergreen Tu vuò fa l’americano, d’altronde.
Tornando alla storia di Torero, va ricordato che ricevette un’accoglienza trionfale. Lo testimonia il fatto che raggiunse immediatamente il primo posto nella hit parade, rimanendovi poi per diversi mesi.

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