Le Cancellature di Emilio Isgrò incontrano la canzone napoletana: si intitola “Canto Napoli” la mostra dell’artista siciliano che al Museo di Capodimonte rende omaggio a 24 classici della musica partenopea.
Esponente di spicco dell’arte concettuale, Isgrò è stato l’inventore di un linguaggio espressivo, divenuto la sua cifra stilistica, che ridefinisce il significato di un testo coprendo con tratti neri una parte delle parole che lo compongono.
LE CANCELLATURE DI EMILIO ISGRÒ E LA CANZONE NAPOLETANA
Dopo aver applicato questa pratica ad opere come la Bibbia e la Costituzione italiana, l’artista ha rivolto la propria attenzione agli spartiti di evergreen della canzone napoletana. Emilio Isgrò li ha selezionati con gusto e competenza storica, partendo da Te voglio bene assaje per arrivare a Napule è.
Le sue cancellature oscurano accordi e parole, lasciando visibili solo brevi frasi che, nell’evidenziare ciò che si è impresso nel suo immaginario, suggerisconono al pubblico nuove chiavi di lettura dei brani scelti.
Del testo di Maruzzella, ad esempio, rimangono i versi “primma me dice sì/ po’ doce doce me fai murì” e il nome della protagonista frammentato in zè! ze! Ma-ruz. Una sintesi che conferisce un tono dolente ai versi e che si ritrova anche in Torna a Surriento, con il mantenimento di “guarda, guà, chistu ciardino” e “t’alluntane da stu core”.
Di grande efficacia poetica sono, poi, gli oscuramenti nei testi di Santa Lucia e di Santa Luciana luntana.
Dei versi di Enrico Cossovich restano solo luccica, tra le tende, Napoli, con una soluzione grafica che valorizza la forza evocativa della selezione di parole.
Del capolavoro di E.A. Mario, invece, Emilio Isgrò accentua il senso drammatico, conservando “cantano a buordo, so napulitane!” e “quanta malincunia!”.
Oltre che con le cancellature, l’artista ha modificato la leggibilità degli spartiti con l’inserimento di sciami di api e formiche, fino a rinunciare del tutto, come nel caso di ‘A canzuncella, alla presenza del testo.
Corollario della mostra è l’esposizione di una chitarra e due mandolini, anch’essi decorati con insetti, che sono affiancati a spartiti di musica classica per evocare la matrice colta della canzone napoletana.
“Quando sento il posteggiatore che suona il mandolino non vedo un modello di sottocultura, mi chiedo piuttosto da dove venga quella musica. E la risposta è chiara: viene da Pergolesi, dalla grande tradizione del San Carlo, viene da Paisiello” ha dichiarato l’artista.
Curata da Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, l’esposizione è visitabile fino al 29 settembre 2026.
LE CANZONI DELLA MOSTRA “CANTO NAPOLI”
Il percorso della mostra attraversa oltre un secolo di storia della canzone napoletana, riunendo i seguenti brani:
- Te voglio bene assaje (1839)
- Santa Lucia (1850)
- Funiculì funiculà (1880)
- ’O sole mio (1898), due versioni
- I’ te vurria vasà (1900)
- Torna a Surriento (1904)
- Voce ’e notte (1904)
- Comme facette mammeta (1906)
- Ninì Tirabusciò (1911)
- ’O surdato ’nnammurato (1915)
- Reginella (1917)
- Santa Lucia luntana (1919)
- Tammuriata nera (1944)
- Scalinatella (1948)
- Anema e core (1950)
- Luna Rossa (1950)
- Malafemmena (1951)
- Maruzzella (1955)
- Guaglione (1956)
- Resta cu’ mme (1957)
- Nun è peccato (1959)
- Tu si ’na cosa grande (1964)
- ‘A canzuncella (1977).
- Napule è (1977)
